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Diario | La storia di un caduto nell'esercizio del proprio dovere | Il lavoro penitenziario ambientale |
 
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27 dicembre 2010

Il commento di un amico Luigi Martinetti





Caro Carlo,
ti faccio prima di tutto auguri di Buon Anno Nuovo.
Ho appena finito di leggere con grandissimo interesse la tua "storia" e le tue considerazioni che condivido in pieno.
Penso che che l'Asinara sia un pò le nostre Isole Galapagos e che chi ci ha vissuto a lungo come te, mescolando sapienza scientifica a sapere e sentire umanistici sia tra i più adatti a raccontarne le vicende.
Sono anche d'accordo che non bisogna assolutamente cancellare il lungo passato carcerario, che così profondamente la caratterizza, rivestendola di sofferenza, ma anche arricchendola di impareggiabile umanità.
Per concludere sono contentissimo della nostra amicizia e ringrazio Marina altra voce e memoria storiche dell'Asinara che l'ha resa possibile.
               Luigi Martinetti           27 dicembre 2010

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permalink | inviato da Sinuaria il 27/12/2010 alle 15:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 agosto 2009

L'Asinara il 30 giugno 2009


(la chiesetta di Cala d'Oliva)


Il nostro viaggio del 30 giugno 2009 inizia con il trasbordo dall’isola Sardegna all’isola dell’ Asinara.

Alle ore 8,30 siamo nel porto di Stintino, dove abbiamo appuntamento con le  cortesi accompagnatrici della Coop. ScopriSardegna rintracciabile al sito http://www.scoprisardegna.com.


(fuoristrada di Scoprisardegna)

Facciamo le presentazioni davanti al portone di colore “blu penitenziario” della Diramazione di Fornelli, lì la nostra guida apprende di avere sulla sua campagnola uno degli ultimi tecnici agrari dell’Amministrazione Penitenziaria, (razza in via d'estinzione) subito si dichiara estremamente contenta e successivamente lo dimostra con una raffica di domande che snocciola, scusandosi ogni volta, lungo tutto il tragitto.

(la "copertura" dei passeggi dei detenuti a Fornelli)

Mentre nella mia mente si affollano tantissimi ricordi, davanti agli occhi passano fulminee immagini di struggente bellezza:  Qui avevamo posto le recinzioni per effettuare le battute di cattura dei mufloni che poi cedevamo, per ripopolamento, alla Regione Sardegna”,  poi incontriamo la Diramazione di Tumbarinu dove un Tecnico ornitologo Angelo Pittalis illustra il paziente lavoro di cattura e inanellamento dei volatili.

 

                    (Angelo Pittalis all'inanellamento dei volatili)

Ma una volta sul fuoristrada il flusso informativo riprende:

…… quello è lo splendido stagno di Sant’Andrea dove accompagnavamo Xaver Monbailliu, un famoso ornitologo che ha trascorso sull’isola lunghi periodi per studiare i famosissimi gabbiani corsi.

E poi ancora: …… quel cespuglio, che ricorda un cuscino, che vedete nella zona del “mare di fuori” lungo la strada è la “Centaurea Orrida” che il mio amico Prof. Emanuele Bocchieri dell’Università di Cagliari per primo scoprì essere specie endemica dell’Asinara.

Mentre parlo la mia mente somiglia sempre di più al Passante di Mestre il 2 agosto con una chilometrica coda di ricordi che si affollano per uscire ed incappano nell’imbuto della parola che non può smaltirli tutti.

 Ed ancora: "…  guardate alla vostra sinistra, nella Diramazione di Trabuccato c’è il famoso muro che inizia della larghezza di 50 – 60 centimetri e termina a 170 – 200 centimetri, fatto da un ergastolano, un pastore sardo estremamente “preciso” nella misura, e che Amministrazione ha lasciato così costruire poiché comprendeva che quel muro era l’unica ragione di vita del detenuto! Se fosse rimasto di 50 cm la sua costruzione si sarebbe esaurita in qualche mese ed invece durò più di tre anni."



Prima di arrivare alla punta più alta dell’isola (Punta Scomunica) da dove si scorge il faro di Punta Scorno, mi ritornano nelle orecchie le parole di saluto dell’amico Gianfranco Massidda, l’ultimo fanalista del Faro, che il giorno prima avevo incontrato nella sua casa di Porto Torres: Da quella finestra vedo sempre l’Asinara e nelle giornate in cui l’aria è pulita, con il mio binocolo, riesco a vedere le campagnole dei turisti che salgono e scendono dalla strada di Cala D’oliva”.


(Gianfranco e Carlo a Porto Torres)

Quando rivedo gli occhi lucidi di Gianfranco mentre dice queste parole, mi rendo conto che definire “amore” quello che si prova per quest’isola è un eufemismo che non rende assolutamente l’idea di cosa sia il “mal d’Asinara”!

Da Punta Scomunica si scorge in lontananza anche la spiaggia di Cala d’Arena, (foto sotto), per me la più bella spiaggia del mondo, ora zona A (Protezione integrale) inavvicinabile da mare e da terra.


Nel nostro fuoristrada c’è una famiglia veneta, molto simpatica, che si dichiara fortunata per essersi incontrata con una persona che ha vissuto sull’isola i due genitori dimostrano, con mille domande, tutto il loro interesse per apprendere la vita pratica del detenuto in questo posto da sogno.

Passando nella Diramazione "Centrale"  mi accorgo che sono state eliminate le famose CUCINETTE ossia dove i detenuti cucinavano dal 1938 (da quando venne costruita la Diramazione  e per molti anni), ora hanno vi hanno sovrapposto delle tavole da utilizzare come appoggio o  per mangiare !!!!

Nel mio cuore ancora risuonano le accorate parole di una carissima amica, della quale voglio mantenere l'anonimato, che  dice  "L'ASINARA e' tale, ossia famosa, non solo per l'indubbia bellezza naturalistica, ma SOPRATTUTTO per  per il suo passato ovvero per coloro che vi hanno vissuto in tutte le epoche e l'hanno amata  e l'amano con tutto il cuore,  ma AMATA nel VERO significato della parola!!!!!"

(La caserma "Costantino Satta" ora trasformata in Foresteria)

Lungo la discesa di ritono al paesello di Cala d'Oliva passiamo davanti alla caserma una volta intitolata a “Costantino Sattaappartenente al Corpo degli Agenti di Custodia, ucciso in un conflitto a fuoco nel 1945, ora ribattezzata Ostello e destinata all’accoglienza dei turisti e qui si rinnova il mio dolore per la violenza che si sta perpetrando su questa isola.

Per cui il mio consiglio è quello di visitare questa splendida isola e, dopo aver fatto il canonico bagno a Cala Sabina,

di informarsi, chiedere alle guide ed alla Direzione del Parco notizie sulle persone, sui detenuti, agenti e civili che vi hanno vissuto in tempi lontani, accumunati in una vita, non sempre felice, ma tutti contagiati da un male incurabile il “mal d’Asinara”! (su facebook  iscriversi al gruppo "mal d'Asinara"

http://www.facebook.com/home.php#/group.php?gid=135666351360&ref=nf)

All'isola dell'Asinara si sta continuando a produrre un vulnus grave, la si sta infatti privando della propria storia, sostituendola con una storia fasulla, così come artefatta è la mia prima fotografia(2007) di una Cala D'Oliva posta, sinistramente, dietro le sbarre di un carcere ideologico.

L'Ente Parco, evidentemente nel timore di ritorni improbabili, ha scientificamente ripulito l'isola di tutti quei segni tangibili che potessero ricordare, all'ignaro visitatore, una parte importante della sua storia, quella che riguarda il periodo "carcerario" (1885-2002) ed anche di quello precedente. 


                        (Non sono bianco, ma sono pur sempre carino!) Asinello grigio 2009

    Continueremo ed assieme alle molte persone che mi sostengono moltiplicheremo le iniziative affinché termini questo scempio storico!

    Nella bocca, dopo questo viaggio, mi resta l'amaro di questa gratuita violenza, nella mente - oltre ai ricordi - anche la speranza che la situazione stia, seppur lentamente, cambiando.

         Per questo voglio, anche a nome di coloro che hanno fatto il tragitto con me, rivolgere un sentito ringraziamento ed un saluto alle guide (foto sotto) di "Scoprisardegna" che, con cortesia ed abnegazione, dimostrano l'attaccamento allo splendido lavoro che consente  loro un giornaliero contatto con l'Isola dell'Asinara.

(Tutte le foto sono di Fabio Bruzzichini  e di Daniela Buscemi)

Post del 15 agosto 2009


7 novembre 2007

Articolo sull'Unione Sarda


Il quotidiano sardo, nella parte riguardante la provincia di Sassari, ha pubblicato il 2 Novembre 2007 il seguente articolo:
- Porto Torres - Carlo Hendel
La Battaglia online dell'ex dipendente: "Asinara irriconoscibile".
Per coloro che non hanno avuto la possibilità di vederlo, si riporta di seguito l'articolo di Puggioni



a corredo dell'articolo L'Unione sarda ha inserito una foto che perderebbe nella sua riproposizione nel blog, pertanto viene sostituita da una foto (85) dello stagno di S. Andrea, sito di valore mondiale.


19 ottobre 2007

La mail di Alessio

Il 18 ottobre 2007 mi è pervenuta la seguente mail:


Complimenti per il suo blog, è straordinaria l'idea di parlare in questo modo di natura carcere e lavoro.....faccia un bel sito!!!

L'ho letto velocemente il blog e l'ho trovato interessantissimo, io ho girato tanti carceri l'Asinara no mai, sono stato dentro con persone che ci sono state (uno, se ben ricordo, lavorava all'autopompe) ora lavoro su tematiche del carcere.

Avrei tanto da dirle su carcere e lavoro e gradirei tanto sentire la sua, mi creda parlo per esperienza diretta in duplice veste da ex detenuto, da dipendente che lavora con le cooperative e da piccolo imprenditore che al carcere non conviene tenersi vicino, le dirò in seguito.


Buone cose.
Alessio



ho chiesto al Sig. Alessio l'autorizzazione alla pubblicazione, proponendogli, eventualmente, anche l'anonimato ed, in risposta, ho ricevuto il seguente messaggio:


Carissimo,
 la autorizzo a pubblicare la mia mail ad una condizione: metta il mio nome e cognome per esteso ed intero!!!!!
Non ho nulla di cui vergognarmi o da nascondere. Ho sbagliato (e molto) nel passato ed ora sto cercando di rifarmi una vita, senza dimenticare, anzi cercando di  utilizzare il passato come una base per provare a fare qualcosa proprio riguardo le tematiche del carcere della devianza giovanile e delle problematiche legate a queste situazioni.

Apprezzo chiunque, come lei, ha il coraggio la coerenza e la maturità di affrontare questi argomenti in un'ottica nuova, differente e costruttiva.
Mi duole non avere il tempo e la forza ( sono stanchissimo grazie a Dio) di iniziare ora a parlare, via mail, con lei e raccontarle quello che ho vissuto e che vivo proprio in relazione a carcere e lavoro.

Voglio innanzitutto guardare con più calma il suo blog, instaurare un  dialogo e, perchè no, tentare ( qualora lei ne avesse voglia) di far  circolare negli ambienti più opportuni, la sua "voce".

Buone cose e a presto.

Alessio Guidotti


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15 ottobre 2007

Carcere e tutela ambientale


Attività di lavoro carcerario in ambito ambientale.


Il ”difetto genetico" che impedisce l’evoluzione del "lavoro penitenziario" da strumento risocializzante a risorsa individuale e collettiva.

A oltre venticinque anni dalla riforma penitenziaria, oltre quindici dalla "Gozzini" e dalla L. 56/ 1987 - della quale in questi giorni si parla spesso a sproposito - ed a quasi dieci dalla legge 296/93, appare doveroso fare il punto della situazione in tema di lavoro penitenziario.

Occorre innazitutto circoscrivere questa particolare tipologia lavorativa, comprendendo in essa solo quel lavoro prestato all'interno degli istituti da soggetti detenuti, oppure anche esercitato all'esterno dell’istituto penitenziario, ma esclusivamente da soggetti "affidati", "semiliberi" o "ammessi al lavoro esterno, ai sensi dell'art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario" O.P.


Brevi cenni storici sul lavoro in carcere

Il lavoro penitenziario, nella seconda metà del secolo appena trascorso e nell’inizio di questo:
  • - ha subito qualche lenta evoluzione soltanto sul piano dei principi: è comunque rimasto obbligatorio per i condannati in condizioni fisiche valide;
  • - ha perso il suo originario carattere afflittivo;
  • - ha visto assegnarsi una remunerazione, sia pure ridotta ai sensi degli artt. 22 e 23 O.P..;
  • - ha ottenuto il diritto al percepimento degli assegni familiari;
  • - ultimamente ad esso si è applicata la disciplina generale sul collocamento.
La parabola appena descritta individua, delinea in modo estremamente sintetico e nel periodo temporale, un percorso estremamente lungo e faticoso della normativa che rincorre l’omologazione del lavoro penitenziario.
Ma questo appare un processo esclusivo, oltre che lento, nel senso che è stato introdotto dal legislatore sulla spinta di idee generate ed elaborate in differenti ambiti: amministrativo-penitenziario, universitario, giurisdizionale, tutti ambiti che hanno però costantemente costantemente fuori da se, quindi escluso, i due soggetti primari: il detenuto e l’imprenditore.



Sintetizzando ci sentiamo di affermare che il “lavoro penitenziario” potrebbe essere paragonato ad una monoposto da formula uno che ha il suo sistema propulsivo, il suo motore, posto innanzi alla macchina, che per questa ragione può subire solo un “trascinamento”, ma offre una serie di resistenze, aggiuntive al movimento, che ne rallentano la corsa.
Il lavoro penitenziario tuttavia è rimasto il cardine del trattamento rieduc
ativo e pertanto concorre a promuovere il processo di modificazione degli atteggiamenti antisociali dei condannati, che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale, è quindi titolare di una funzione, se non rieducativa almeno risocializzante.
Con le varie riforme, sino ad arrivare all’ultima cd. Smuraglia, il suddetto “peccato originale”, non è stato eliminato, ma si è perpetuato e il legislatore ha creduto di migliorare la prestazione dell’insieme variando i motori, ovvero aggiungendo alla macchina “lavoro penitenziario” propulsori sempre più sofisticati o potenti, ma comunque “geneticamente” destinati all’inefficacia.
Se passiamo dal piano giuridico, di cui abbiamo potuto esporre i sia pur limitati progressi, al piano pratico della vita nel carcere, bisogna constatare che si sono fatti notevoli passi indietro.
La mancata individuazione dei campi di intervento unita all’indisponibilità di reperimento di adeguate risorse economiche è tra le concause della riduzione delle possibilità di lavoro inframurario offerte dall’Amministrazione e le attività di lavoro attualmente riguardano un numero di soggetti trascurabile. Negli Istituti penitenziari oggi non si va oltre il lavoro cosiddetto "domestico", comprendendo in tale definizione anche i lavori di ordinaria manutenzione degli immobili penitenziari.
In effetti la riforma del '75, prevedendo la quasi completa equiparazione del lavoro penitenziario alla organizzazione del lavoro nella società libera, ha allontanato gli imprenditori dal carcere, e ha fatto venire meno l'interesse per una manodopera, fino a quel momento, prestata a buon mercato.

Tranne poche eccezioni, l'Aministrazione penitenziaria è rimasta per lungo tempo l'unica committente delle proprie episodiche lavorazioni (tavolini, sgabelli, armadietti, plaid, coperte etc) per una serie complessa ed infinita di ragioni, che vanno dalla impreparazione manageriale della dirigenza, alla carenza di manodopera esperta nelle lavorazioni, alla mancanza di maestri d'arte e (soprattutto) alla inadeguatezza delle strutture carcerarie.
Il lavoro cosiddetto "produttivo" in carcere è andato così progressivamente impoverendosi, a tutto vantaggio del lavoro "domestico" il quale possiede certamente minore valenza ai fini del trattamento rieducativo del detenuto e della qualificazione professionale necessaria al successivo reinserimento sociale.


Per qualunque imprenditore persiste poi una vera e propria barriera insormontabile costituita dalla difficoltà ad introdurre in carcere i processi produttivi e tecnologici. Colui che volesse cimentarsi con questa sfida, deve fare i conti con problemi quali l’esigenza di sicurezza, l'alta mobilità della manodopera, il limitato grado di professionalità degli addetti e delle strutture di gestione, l’assenza di una vera libertà di scelta individuale del lavoro con le inevitabili ricadute dal punto di vista della motivazione personale.
In aggiunta si consideri l’esiziale inappetibilità dell’investimento economico in ambito penitenziario, che in regime di libero mercato non offre alcuna speranza anche per il futuro.

Qualsiasi investitore, anche il più sprovveduto, posto davanti alla scelta non avrebbe alcun problema ad escludere i rischi derivanti dall’impegnare risorse proprie in un’attività produttiva da intraprendere all’interno delle strutture penitenziarie ed a privilegiare gli investimenti nelle nuove tecnologie.
E questa rimane, a nostro avviso, la ragione essenziale per la quale il mondo imprenditoriale tradizionale si è sempre defilato rispetto all'ipotesi di portare lavoro all'interno delle anguste mura carcerarie.

Ultimamente sia la L. 296/93 che, soprattutto, la Legge 193 del 22 giugno 2000 (cosiddetta Smuraglia), hanno cercato di delineare nuovi strumenti e aree per la creazione e la gestione di lavoro intra ed extramurario, affidando al volontariato ed alle cooperative sociali la funzione di soggetti maggiormente qualificati ad agire in questi spazi.

Infatti, le cooperative sociali si propongono sicuramente come realtà in grado di fornire le migliori opportunità, perchè possono sfruttare la loro già sperimentata esperienza di radicamento e integrazione territoriale mentre il volontariato, e l'associazionismo in genere, può offrire la propria rete di relazioni formali, con partners istituzionali e no, che ogni singola realtà e, a maggior ragione, il collettore territoriale (ove esiste) è in grado di garantire.
Considerato che in base alla normativa in vigore alle Regioni sono attribuiti compiti di politica attiva del lavoro e di promozione di specifiche iniziative rivolte alle fasce deboli nell'ambito di una più ampia programmazione di crescita occupazionale del territorio regionale, a nostro avviso, e per evitare il fallimento delle iniziative intraprese ed il conseguente sperpero di risorse pubbliche, l’Ente Regione deve tentare, ad ogni costo, di correggere il difetto “d’origine” del lavoro negli istituti penitenziari.

La correzione del ”difetto genetico” del lavoro penitenziario.


Il tentativo che l’Ente regione deve portare a termine è quello di traslocare il “motore” del lavoro penitenziario all’interno del sistema, prima stimolando la creazione di una coscienza tra la popolazione detenuta supportata dal personale penitenziario, facendo in modo di introiettare il lavoro che, da semplice “strumento di rieducazione”, deve diventare “risorsa personale e collettiva”
Tradotto in termini di concretezza, ciò significa ottimizzazione dei percorsi formativi e di reperimento delle opportunità occupazionali, idonee per quel particolare tipo di lavoratore svantaggiato, anche superando il limite imposto dalle attuali normative non disdegnando, ad esempio, anche la costituzione di società compartecipate Ministero della Giustizia – EE. LL. - Organizzazioni imprenditoriali – EE. no profit - sul facsimile delle recenti strutture gestionali dei servizi comunali.
A questi organismi dovranno essere affidate la ricerca dei sistemi, la progettazione e la gestione delle strutture di Lavoro penitenziario e potranno mantenere, entro rapporti predefiniti, la parte pubblica accanto alla corretta remunerazione del rischio d’impresa.
Successivamente a questa prima fase si potranno scegliere le forme di lavoro e gli ambiti in cui è possibile l’intervento del lavoratore penitenziario.



Il lavoro penitenziario del nuovo secolo, l'ambito ambientale.


Qui è pensabile che possa inserirsi una corretta valutazione di occupazione stabile in campo ambientale del detenuto. In questo modo sarebbe pricipalmente rispettato il principio “risarcitorio” della pena, ovvero colui che è stato giudicato per un reato, in fase di espiazione della pena inflitta, risarcisce la società con il valore aggiunto di un corretto recupero ambientale, di una tutela di una specie protetta, di un’attività ecologicamente compatibile, comunque di tutte quelle forme di lavoro comunque altamente dotate di valenze positive.

Questa ricerca progettuale andrebbe opportunamente illustrata al candidato lavoratore detenuto che, per esperienza diretta, ricerca ed apprezza, questo tipo di attenzione, e liberamente sceglie l’ambito di attività specificatamente rivolta verso settori a vocazione ambientale.



Oltre al rispetto etico della funzione della pena, tale ambito di lavoro, offrirebbe un indubbio carattere di modernità divulgabile nelle forme più opportune, per cui la persona che termina di scontare il suo debito, al momento dell’uscita dall’istituzione penitenziaria si renderebbe conto di aver acquisito, attraverso il suo lavoro, un bagaglio di competenze sicuramente appetibili al mercato esterno.

Questa evoluzione appare, allo stato dei fatti, l’unico modo possibile per dare cittadinanza, dignità, produttività e sviluppo al lavoro penitenziario.

          Carlo Hendel                               15 ottobre 2007

11 ottobre 2007

Costantino Satta.. chi era costui?

 

Brevi cenni storici.
 
 

“Il Corpo degli Agenti di Custodia, disciplinato dal regolamento del 1937, esce dal conflitto presentando all’interno dei propri reparti una situazione drammatica: organici inferiori alle esigenze, paghe basse, turni massacranti; e si trova a dover gestire, con l’aiuto di coraggiosi direttori, un contesto socio-politico confuso ed esplosivo.
Ed è nello sfondo di tale dimensione storico-sociale che si verificano i fatti relativi all’8 giugno 1945. Pochi giorni prima dei tragici fatti che porteranno all’omicidio del maresciallo degli Agenti di Custodia Costantino Satta.
Il comandante della 55° Brigata Ferrara, qualche giorno prima dell'evento, scriveva al Prefetto illustrando la situazione contingente (Ferrara, 25/5/1945 Prot. n° 25 I):
"La situazione della provincia di Ferrara dal punto di vista dell’ordine pubblico è precaria, in quanto non esiste un numero sufficiente di agenti (carabinieri, P.S.) adibiti a tale compito.
Questa situazione provoca due specie di inconvenienti: in primo luogo riesce difficile impedire che si verifichino atti di giustizia o di vendetta privata a carico di elementi fascisti; in secondo luogo è possibile che individui appartenenti a disciolte formazioni fasciste o comunque iscritti all’ex partito fascista repubblicano, diano segni di riscossa, con atti sporadici di violenza ai danni di rappresentanti dei partiti antifascisti o in genere della popolazione.
Gli inconvenienti del primo genere si sono già verificati più volte, e non è il caso di citarli nuovamente…"





Il Maresciallo Costantino Satta è all’epoca Capo Guardia delle Carceri Giudiziarie di Ferrara, denominate Piangipane, dal nome della via in cui sorgono; si tratta di un Istituto moderno, ospitato in un edificio costruito agli inizi del Novecento.
Il complesso ospita prevalentemente detenuti per reati comuni, ma viene interessato, per le esigenze di giustizia del CLN, alla detenzione, in attesa di giudizio, di appartenenti al locale fascismo repubblichino e di collaboratori.

La vita.
Costantino Satta era nato a Macomer (Cagliari) il 7 luglio 1898, si era arruolato nel Corpo degli Agenti di Custodia il 16 marzo del 1921, proveniente dalla Regia Guardia di Finanza, ove aveva prestato servizio nel primo conflitto mondiale. Sposato, con cinque figli, prestava servizio presso l’istituto ferrarese, fintantoché “… il giorno otto Giugno 1945 alle ore tredici circa, mentre trovavasi in detto carcere, in servizio e nell’adempimento delle sue funzioni per mano di un individuo, facente parte di una banda armata che assalì in detto giorno ed ora il sopraddetto Carcere, compiendo atti di minaccia, violenze ed omicidi sulle persone degli agenti di custodia e dei detenuti, ed uccidendo con tre proiettili di rivoltella, il Capo Guardia Satta…”.

( testo liberamente adattato dal sito http://www.leduecitta.com)
 

2 ottobre 2007

L'Asinara - La storia scritta dai vincitori.

Isola del diavolo

07 settembre 2007



L'Asinara in carcere. - foto Hendel
(Quella sopra riportata è la foto della piazzetta centrale di Caa d'Oliva e la mia elaborazione vuole rendere graficamente evidente il deficit di informazione che si sta perpetrando sull'Isola.)


Sono un Collaboratore Agrario del Ministero della Giustizia Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, in pensione dal luglio del corrente anno ed ho vissuto e lavorato all’Asinara, per circa cinque anni, dal 1982.

Alla vigilia della trasformazione dell’isola in Parco, ho partecipato come coautore, al volume “ASINARA” Storia, natura, mare e tutela dell’ambiente (Delfino Editore 1993) curato da A. Cossu, V. Gazale, X. Monbaillu e A. Torre, per la parte riguardante la Storia agricola e l’ordinamento carcerario.

Per le notizie che, via via, mi pervenivano non avevo voluto mai, prima d’ora, rimettere piede sull’isola che una volta veniva definita “Isola del diavolo” o “Caienna italiana”; quest’anno però alcuni amici desiderosi di verificare, de facto, i miei racconti sono riusciti a convincermi ed insieme ci siamo recati in visita al parco. Dico subito che la gita mi ha lasciato una impressione contraddittoria e sgradevolissima, perché ho avuto la precisa sensazione di essere in presenza di una “pulizia storica” simile a quella “etnica” (messa in atto nelle guerre che si combattono oggi nel mondo), una azione sitematica che sta progressivamente rimuovendo ogni segno esteriore della presenza penitenziaria nell’isola. Il tempo, è complice inconsapevole di questo disegno demolendo le strutture edilizie d’ogni tipo, piano piano piegandole sotto il peso degli anni e dell’incuria.

Scrivo per affidare ai lettori la mia impressione che, seppure modesta, credo possa interpretare le mille e mille voci che, per molteplici motivi, restano “silenziose”.

Scrivo per esprimere la mia profonda indignazione, e la ribellione profonda per lo scempio storico che si sta consumando nel tentativo di “cancellare” la presenza del carcere o meglio per ridurre questa centenaria presenza a iconografia, quasi solo una “cartolina illustrata”.

Scrivo per rivendicare l’azione secolare, non certo priva di errori, compiuta da tantissima gente che, in vesti le più differenti, hanno contribuito a mantenere l’isola, splendida, come oggi si vede.

Scrivo perché dal volto dell’isola non scompaia il segno della sofferenza umana patita e per dichiarare che metterò in atto ogni azione consentita affinchè non si perda la memoria storica dei fatti accaduti sull’isola.

Scrivo infine per l’affetto profondo che mi lega alla terra di Sardegna ed ai suoi abitanti, affetto che spesso mi fa dire che l’Ichnussa è la mia vera origine.


La storia passata.

E’ doveroso premettere che, chi si accosta ad una realtà importante come quella penitenziaria, ha l’obbligo morale di documentarsi, allora non tarderà a scoprire che, fin dall’antichità, le strutture carcerarie (Bagni Penali), dotate di possibilità lavorative, venivano ubicate su terreni ed in siti per lo più improduttivi, quando addirittura invivibili, in paludi da bonificare o su isole disabitate e scarsamente popolate. Nei Bagni Penali il detenuto era obbligato coattivamente al lavoro (lavori forzati). Prevista in quasi tutti gli Stati preunitari, la condanna ai lavori forzati - a tempo e a vita - espiata nei Bagni penali, consentiva di ottenere mano d’opera non qualificata, ma a costo zero e fu introdotta anche nell'ordinamento penale del Regno d'Italia che continuò ad applicare, fino al 1860, gli antichi bandi e regolamenti dei Bagni penali del Regno Sardo, emanati il 26 febbraio 1826.

La storia recente.

Negli ultimi anni della mia permanenza sull’isola ho vissuto sulla mia pelle, come molti altri, la “guerra silenziosa e non dichiarata” tra l’Amministrazione Penitenziaria, che ha sempre vissuto l’isola come un luogo in grado di offrire una detenzione relativamente sicura ed a costi relativamente bassi e gli Enti locali che la consideravano un bene ingiustamente sottratto.
Sono sempre stato convinto, per ragioni che qui sarebbe troppo lungo esporre, che la convivenza tra una struttura penitenziaria (sicuramente di tipo particolare, attenuata) e il parco naturalistico avrebbe offerto all’isola le migliori condizioni di sviluppo e di tutela ambientale, coniugate con una frubilità progressivamente sempre maggiore.

Vorrei qui ricordare uno dei miei tanti predecessori illustri l’Agronomo De Siervo, di cui conservo gelosamente un acquerello del porto di Cala d’Oliva.
Il Tecnico lavorò per lunghissimi anni nell’isola e fra i primi, mise mano alla costruzione (rispettivamente nel 1961 e nel 1965) delle dighe di Fornelli e Cala d’Oliva per l’erogazione dell’acqua alle omonime Diramazioni (così erano chiamati gli agglomerati abitativi e carcerari presenti sull’isola). L’invaso di cala d’Oliva venne poi dotato di impianto di potabilizzazione solo nel 1984.

Nell’intento di trovare collaborazioni interessate soltanto alla corretta gestione di un bene che ci era stato affidato dalla collettività ed alla quale doveva tornare, ho personalmente accompagnato in visita sull’isola innumerevoli autorità in campo ambientale, tra tutti il Prof. Emanuele Bocchieri dell’Università di Cagliari che ha effettuato importanti scoperte botaniche sull’isola, ma anche Fulco Pratesi insieme a Francesco Petretti che ci dettero preziosi consigli in tema di salvaguardia ambientale o il compianto Prof. Paolino Lai e l’allora suo assistente, il Dr. Walter Pinna con i quali iniziammo una stretta collaborazione da cui ebbe origine il programma di monitoraggio e tutela dell’Asinello Bianco e con i quali, concordemente, stabilimmo di trasferire un nucleo di quattro femmine ed un maschio dalla Diramazione di Trabuccato (dove erano originari, ma competevano con l’asinello grigio) a quella di S. Maria (dove originariamente erano assenti), zona in cui si sono poi felicemente riprodotti sino a raggiungere le attuali consistenze.




La Direzione della “Casa di Reclusione all’aperto” non solo agevolò il lavoro dell’Ornitologo Xaver Monbaillu e prese anche contatti con l’Istituto di Difesa e Conservazione del Germoplasma animale diretto dal Prof Rognoni, ma emanò numerosi “Ordini di servizio” per scongiurare gli incendi così dannosi al patrimonio naturalistico dell’isola e giunse (1987) ad ordinare alle motovedette ed ai natanti, in servizio di perlustrazione intorno all’isola, di comunicare immediatamente ogni più piccolo focolaio, per intervenire immediatamente al loro spegnimento.

E’ necessario anche ricordare l’importante opera dell’operatore penitenziario sia esso appartenente al personale civile che al Corpo degli Agenti di Custodia ribattezzati - dopo la riforma del ’90 - Agente di Polizia Penitenziaria (un numero infinito di persone transitate sull’Asinara nei cento anni di permanenza della struttura penitenziaria) persone che, con indubitabile spirito di sacrificio, si sono sempre adattate a condizioni di vita estreme ed hanno operato anche in compiti non istituzionali, sempre mortificando pesantemente la loro vita di relazione per adattarla alla permanenza sull’isola. In questo ambito non è possibile però neppure omettere il ricordo delle famiglie del personale che, con il congiunto condividevano i disagi e l’isolamento.

Nel menzionare la storia dell’isola non sarebbe però corretto trascurare la figura del detenuto, cioè di colui (tantissimi) che, pur trovandosi a pagare un debito alla società per aver commesso un delitto, al di là dell’iconografia e della leggenda, il più delle volte teneva un comportamento corretto e partecipava attivamente al lavoro agrozootecnico. Erano gli stessi detenuti che al caseificio di Cala D’Oliva lavoravano, nei periodi primaverli, 2000 litri di latte al giorno producendo tre tipi di formaggio che l’Amministrazione vendeva al personale e, nelle feste, anche agli stessi reclusi. Lo stesso detenuto, partecipava ad estenuanti battute (1985-89) per spingere i branchi di mufloni e capre selvatiche entro recinti appositamente costruiti per consentire l’alleggerimento del carico sul territorio. La Direzione ha ceduto gli esemplari catturati all’Azienda Foreste Demaniali che procedeva al ripopolamento di varie zone della sardegna (Su Filigosu – Monte Limbara – Monte Olia). Era lo stesso detenuto che, dimostrando il proprio attaccamento al lavoro, chiedeva successivamente, ai propri familiari, notizie sullo stato degli animali e sul loro corretto rilascio e ce lo riferiva.


Il gruppo di cattura dei mufloni che furono ceduti, a titolo gratuito)  all'azienda foreste demaniali di Sassari.


Le guide che oggi accompagnano il turista, nel maldestro tentativo di “romanzare” i fatti, offrono uno spaccato estremamente falso della vita carceraria sull’isola, falso come l’arredo della cella della diramazione centrale, falso poichè non corrispondente alla realtà. Per aggiustare e rendere appetibile un improbabile “pacchetto turistico” gli operatori omettono di parlare del sacrificio di tante persone che, per lavoro, sono state costrette a condividere la stessa vita del detenuto, con un'unica piccola differenza quella di “non aver commesso alcun reato”. Tuttavia queste persone oggi vedono, nel sito dell’Ente Parco, accumunata la loro opera alle incursioni islamiche e piratesche, al campo di concentramento, alla stazione di quarantena e, per finire, apprendono di essere annoverati tra gli “invasori” di turno.

Questa offesa gratuita non può essere consentita!

E cosa dire poi della ridenominazione della caletta adiacente a Cala d’Oliva, quella “Cala dell’Orto di Paonessa” recentemente ribattezzata “Cala del Detenuto” solo perché sporadicamente ed in tempi recenti, i detenuti vi venivano condotti a fare il bagno in mare poiché questo sito offriva caratteristiche compatibili all’esercizio di questa attività ricreativa.
Vogliamo altrimenti parlare dell’inesattezza storica quando si comunica, all’inconsapevole visitatore, che la Foresteria Nuova di cala d’Oliva (il fabbricato di colore rosso mattone a destra del porto) era l’abitazione in cui Falcone e Borsellino trascorrevano le loro vacanze insieme alle loro famiglie!
I magistrati Falcone, Borsellino ed Ayala furono trasportati in tutta fretta sull’isola solo alla fine del luglio 1985, ma è lo stesso Caponnetto che lo scrive in un articolo per il periodico Sudovest, in cui rivela che la decisione di trasferire precipitosamente i magistrati all’Asinara nel 1985 fu dovuta ad un grave ed incombente pericolo di attentato ai loro danni segnalato da una persona di assoluta fiducia e credibilità. “Per lungo tempo – afferma nell’articolo Caponnetto – quest’episodio rimase sconosciuto ai più e quando la notizia trapelò riuscimmo a mantenere il segreto sulla drammatica motivazione di quell’improvviso trasferimento che la stampa ha sempre attribuito alla decisione dei colleghi di appartarsi in un luogo sicuro ed isolato per meglio dedicarsi alla stesura della sentenza-ordinanza. In realtà – continua Caponnetto – avendo lasciato Palermo con la massima urgenza a poche ore dalla segnalazione ricevuta, Falcone e Borsellino non avevano alcuna possibilità di portare con sé alcuna parte dell’immenso materiale raccolto con la conseguenza che, per quindici giorni, dovettero sospendere il loro lavoro. Ogni giorno insistevano per poter tornare al lavoro, ma glielo consentimmo solo quando fummo tranquilli sul cessato pericolo. Per quel soggiorno all’Asinara – commenta amaramente Caponnetto – Falcone e Borsellino dovettero persino pagare le spese di soggiorno per loro e le loro famiglie.” Anche quest’ultima notazione di Caponnetto corrisponde a verità poichè la Contabilità Generale dello Stato non prevede forme di “regalia”, per cui fu emessa regolare quietanza per i giorni di permanenza nella foresteria di Cala D’Oliva.

L’Ente parco poi, e con questa notazione termino, ha ristrutturato la Caserma Agenti di Polizia Penitenziaria prima intitolata a Costantino Satta, Maresciallo del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia, deceduto in servizio nel 45, e l’ha trasformata in “Ostello di Cala d’Oliva” di cui si trova menzione anche nel sito dell’Ente Parco. Nel corso della realizzazione dell’opera (sono due anni) è stata asportata la targa che intitolava la caserma al Maresciallo Satta e, nonostante le assicurazioni verbali, la targa non è stata riposizionata. Di questo fatto credo debba prendere atto l’Amministrazione Penitenziaria che, oltre a menzionare i propri caduti sulla lapide presente all’entrata del Dipartimento, vorrà svolgere tutti gli opportuni passi per difenderne la memoria.



Il Comandante della motobarca “Fortunato”, Eugenio Denegri, ex agente di Polizia penitenziaria ed amico personale, con tristezza profonda mista ad una dignità indomita, mi continua a ripetere “la storia la scrivono i vincitori”, ma in questa guerra silente non ci sono stati vincitori, ci sono solo due perdenti, il primo è colui (ripeto un numero immenso di persone) che ha operato sull’isola in punta di piedi, con coscienza e senza alcun tornaconto personale, il secondo grande perdente è la sempre splendida isola dell’Asinara e la sua storia.

Carlo Hendel

mail: poggiodicilli@libero.it
http://sinuaria.blogspot.com

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